San Giovanni XXIII, un dono che attraversa il tempo

Una grande partecipazione di fedeli ha accompagnato domenica 11 ottobre la memoria liturgica di San Giovanni XXIII a Sotto il Monte, nel giorno in cui ricorreva anche il 64° anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II.
Al centro della giornata la solenne celebrazione eucaristica presieduta dal Vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi, in una delle sue ultime grandi celebrazioni a Sotto il Monte come Vescovo della Diocesi. Un momento particolarmente intenso per la comunità del Santuario, per i numerosi pellegrini e per le autorità civili e religiose presenti.
«Stiamo celebrando il dono di Papa Giovanni, un dono i cui riflessi attraversano il tempo»: da queste parole mons. Beschi ha preso avvio per rileggere nell’omelia l’eredità spirituale di Angelo Giuseppe Roncalli e l’attualità del Concilio Vaticano II.
Il Vescovo ha ricordato il legame che, fin dall’inizio del suo episcopato, ha avvertito tra Sotto il Monte e Assisi: luoghi nei quali, tornando, è ancora possibile «respirare» la presenza e il messaggio di San Giovanni XXIII e di San Francesco. Ha richiamato la straordinaria ricchezza di documenti, memorie e testimonianze roncalliane custodite a Sotto il Monte e a Bergamo, un patrimonio da continuare a conoscere perché «la forza spirituale di Papa Giovanni possa continuare ad alimentare la speranza del mondo».
Un’eredità nella quale occupa un posto centrale il magistero della pace, indicato da mons. Beschi come uno dei riferimenti ancora fondamentali dell’insegnamento della Chiesa.
«Non dimentichiamo il Concilio»
Nel giorno anniversario dell’11 ottobre 1962, il Vescovo ha voluto soprattutto tornare al Concilio Vaticano II, ricordandone il significato nella propria vita personale, sacerdotale ed episcopale e invitando anche le nuove generazioni a non considerarlo semplicemente come una pagina del passato.
«Non dimentichiamo il Concilio», ha esortato mons. Beschi, sottolineando come la sua sorgente non si sia «assolutamente inaridita» e continui a offrire alla Chiesa uno sguardo nuovo sulla persona umana, sul mondo e sulla propria missione.
Da Papa Giovanni ha ripreso alcuni atteggiamenti che restano profondamente attuali: il rifiuto dei «profeti di sventura», la fiducia nella Provvidenza, la forza di una «verità mite», la capacità di custodire la fede comunicandola agli uomini e alle donne del proprio tempo, la difesa della dignità di ogni persona e quella «medicina della misericordia» che Giovanni XXIII indicò alla Chiesa all’apertura del Concilio.
«Molti hanno ritenuto Papa Giovanni ingenuo – ha ricordato il Vescovo –. Io benedico la sua chiarezza, la sua determinazione, la sua fede. Oggi abbiamo bisogno di uno sguardo che non si rassegni al male». Parole particolarmente significative in un tempo ancora segnato da guerre e divisioni e che hanno introdotto idealmente il gesto vissuto al termine della celebrazione.

La prima Pietra di Pace
Nel Giardino della Pace è stata infatti collocata la prima pietra del nuovo progetto “Pietre di Pace”.
Il progetto affonda le proprie radici nella stessa storia del Giardino, voluto dal Vescovo Francesco insieme all’allora rettore e parroco mons. Dolcini e progettato dall’architetto Paolo Belloni. Fin dall’origine, una parte del cammino era stata intenzionalmente lasciata senza pavimentazione, nell’attesa di accogliere un giorno pietre provenienti dai luoghi più significativi della vita di Angelo Giuseppe Roncalli. «Quello spazio non era incompiuto. Era uno spazio affidato al futuro».
La prima pietra arriva da Assisi. Affidata al Santuario durante il pellegrinaggio dello scorso settembre, proviene dall’Episcopio, accanto al luogo della Spogliazione di San Francesco. Un luogo che si lega anche alla storia di Papa Giovanni: il 4 ottobre 1962, appena sette giorni prima dell’apertura del Concilio, Giovanni XXIII si fece pellegrino a Loreto e ad Assisi per affidare alla preghiera il grande evento che la Chiesa si preparava a vivere.
A collocare la prima Pietra di Pace è stato proprio mons. Francesco Beschi. Un gesto dal forte valore simbolico: il Vescovo che volle il Giardino della Pace, al termine del proprio ministero episcopale a Bergamo, ha aperto un nuovo cammino affidandolo alla comunità. Pietra dopo pietra, il Giardino è destinato a diventare una geografia della vita di Papa Giovanni e, insieme, «una geografia di fraternità e di pace».

Il grazie al Vescovo Francesco
Prima della posa della pietra, il Rettore del Santuario, mons. Giulio Albani, ha rivolto al Vescovo un ringraziamento a nome della comunità di Sotto il Monte, ricordando un cammino iniziato più di diciassette anni fa.
Un legame con Papa Giovanni che, negli anni, si è tradotto in una precisa visione per Sotto il Monte: farne un vero «Santuario a cielo aperto», nel quale la memoria di Roncalli continuasse a parlare attraverso la preghiera, l’accoglienza, la cultura e l’incontro. Una vocazione riconosciuta formalmente l’11 ottobre 2014, quando mons. Beschi eresse il Santuario San Giovanni XXIII.
Nel saluto è tornato anche il ricordo del 17 marzo 2020, quando, nei giorni più drammatici della pandemia, il Vescovo venne nel Giardino della Pace e si inginocchiò davanti alla statua di Papa Giovanni, portando nella preghiera il dolore dell’intera terra bergamasca. Quell’immagine è stata consegnata domenica a mons. Beschi come segno di gratitudine e memoria.
«Un tratto di strada si compie e un altro comincia», ha ricordato don Giulio. Un cammino che ora continua nel segno di San Giovanni XXIII, «sulla via del Vangelo, della fraternità e della pace».
E proprio questo è il significato affidato alla prima Pietra di Pace: ricordare che la pace non è soltanto una parola da invocare, ma una strada da costruire e percorrere insieme.


Fotografie di Giuseppe Plebani







